Quel fighetto di Bobby-gol
di Tele-Udente
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È mezzanotte, è l’ora delle saghe. È il momento in cui i masturbatori del mondo pedatorio autisticamente digitano sui tasti del telecomando, indecisi fra i canali sportivi Premium o Sky e quelli della Rai, per tirare tardi e sottrarre un’altra ora al sonno. È la sera in cui la rete nazionale, dopo aver ricordato a ritmo quasi ossessivo che il canone verrà compreso nella bolletta del consumo di energia elettrica rateizzato e con risparmio di tutti e minor possibilità di evasione, ha appena finito di trasmettere i quarti di finale di Tim Cup. L’Inter di Roberto Mancini ha concluso vittoriosamente la partita contro il Napoli di Maurizio Sarri e ci si trasferisce su Raisport 1 per i commenti assaporando già le solite elucubrazioni di giornalisti, tecnici, calciatori e allenatori su moduli e banalità varie in attesa delle “bombe” di mercato che ci consentiranno di dormire tutti sonni meno agitati. È l’attesa al gate prima del “volo”dal divano al letto. Ma accade l’irreparabile, compare un Mancini stranamente stazzonato, senza cravatta d’ordinanza, colletto della camicia svolazzante sulla giacca scura. Bianco in volto, più della capigliatura che dopo qualche settimana dal ritorno in Italia aveva ripreso il colore naturale di chi in vita sua ne ha viste tante ed è più avanti in età del più anziano dei suoi giocatori. Non parla della partita ma dell’aggressione verbale del suo antagonista Maurizio Sarri che senza motivo gli ha dato del “frocio” e del “finocchio”. Li chiama insulti razzisti e spiega che per cose simili all’estero avrebbero impedito all’autore di rimettere piede su un campo di calcio.
Marco Mazzocchi che conduce la trasmissione e in vita sua ne ha passate di ogni, non esclusa un’estemporanea esperienza fra i naufraghi dell’Isola dei famosi, è raggelato, invita alla calma lanciando un primo giro di opinioni e esorta alla cautela in attesa che l’omofobo Maurizio Sarri compaia per deporre.
Viene spontaneo al teleutente strappato all’autismo digitatorio di pensare al Sarri che appena qualche giorno fa, al termine dell’ultima partita di campionato vittoriosa e di fronte alle litanie incalzanti sui probabili futuri acquisti del suo presidente De Laurentis, avesse tracciato le distanze tra l’argomento effimero e la vita reale ricordando il lutto di un suo calciatore colpito dalla morte della madre di appena 44 anni per riportare un po’ di speranza e di vita con la notizia della fresca venuta al mondo di un neonato figlio di un suo calciatore che proprio perché aveva fatto le ore piccole per assistere al parto notturno non era stato schierato dall’inizio. Poi una tirata, non la prima, contro il calciomercato invernale colpevole di distrarre gli addetti ai lavori dalla loro occupazione principale. Il Sarri proletario, meritocratico e controcorrente. L’uomo perennemente in tuta, quasi a ricordare le sue improbabili origini partenopee, perché mitigate da un accento toscano, di figlio di un operaio emigrante al contrario per lavorare all’Italsider di Bagnoli e poi rientrato nella sua terra natia. Franco e schierato, proprio come Antonio Conte che lamenta il disinteresse delle società calcistiche per la nazionale solo ora che fa il selezionatore e non allena più una squadra di club. Franco e diretto, anche lui il Conte d. t. ma con la memoria corta. Come accade talvolta, anzi quasi sempre, nel mondo del calcio nostrano.
E Sarri compare di fronte al tribunale che ha già emesso la sua sentenza di colpevolezza. Inadeguato per il momento del Napoli capolista in campionato. Come appare inadeguato il suo abbigliamento di fronte all’ineccepibile eleganza inglese di Mancini. In tuta, barba lunga, pupille e lenti degli occhiali appannate. Con la mente confusa cerca di gettarla sull’ironia e precisa sull’età (di anni ne ha solo a 57), poi bofonchia qualche giustificazione che ha a che fare con l’adrenalina del campo. Dice che quelle cose devono rimanere in campo, al massimo fra le quattro mura omertose ed amiche degli spogliatoi. Balle, le telecamere le hanno riprese da ogni angolatura quelle cose, e da domani impazzeranno i lettori del labiale con le loro dietrologie, poi ci sarà il referto del quarto uomo che in cuor suo, dall’istante in cui è scoppiata la bomba, avrà iniziato a stramaledire quel “cavallo pazzo” di Bobby-gol.
Dice di essersi scusato con Mancini che gli ha chiesto conto delle offese, l’uomo in tuta. Ma risulta palese, a questo punto che le scuse già in privato non siano state accolte e peggio non abbiano sortito alcun effetto. Tanto che Mancini minaccia strascichi giudiziari con un lapidario “non finisce qui”.
Del resto l’allenatore dell’Inter ha affermato di fronte alle telecamere che è vergognoso che un uomo di sessant’anni gli dia del frocio e del finocchio ribattendo che lui è contento di esserlo se essere come Sarri vuol dire comportarsi da uomini.
La discussione in studio decolla. Mancini fa l’en plein. Gianni Di Marzio, uno degli opinionisti, prima prende le distanze poi blandisce l’ex collega azzurro come uomo intelligente e come allenatore, poi lo fustiga ancora ma lo appoggia e dice che certe cose di solito nel suo mondo dovrebbero rimanere negli spogliatoi. Gianpiero Timossi, altro opinionista si schiera senza se e senza ma in difesa del “Mancio” che ha compiuto un gesto insolito quanto clamoroso ad incrinare la facciata di un ambiente che avrebbe voglia e bisogno di un cambiamento. Marino Bartoletti, in sofferenza perché non potrà parlare degli Eagles, si ritrova nelle vesti di Don Matteo e bacchetta con carità cristiana ammonendo dal pulpito sulle possibili implicazioni internazionali sul nostro calcio. Intanto social e redazioni dei giornali italiane ed estere impazzano. Un’altra figura barbina per il nostro paese, come se non bastassero i richiami a Renzi sul debito e, nel mondo del calcio e dello sport, i precedenti omofobi di Antonio Cassano sui “froci” in nazionale o quelli razzisti del presidente federale Tavecchio sui “negri” o per finirla lo scivolone di un suo vice sulle richieste di quelle “lesbiche del calcio femminile”. Ma siamo in Italia dove ogni squadra di A dovrebbe avere una omologa nel calcio femminile e poche ancora ce l’hanno. Nel bel paese dove un allenatore che denuncia i nomi dei tifosi ultras sospetti divide i sostenitori, e fa notizia, altresì, che il suo presidente invece di cedere ai ricatti lo sostenga. Nella nazione dove una squadra femminile di calcetto riceve minacce dai mafiosi.
È così viene fuori un altro precedente, di due anni fa in cui Sarri, dirigente di banca che preferisce la tuta e il calcio, dopo aver visto ammonire troppe volte i suoi giocatori nel corso di una partita molto combattuta definisce, in omaggio al suo parlar franco toscano, il modo odierno di giocare al calcio uno sport da froci. Che in parole antiche ricorda il vecchio paron Rocco, uomo di calcio che descriveva il gioco che gli dava da vivere come uno sport non adatto alle signorine o alle femminucce, salvo poi difendere da Gianni Brera il suo abatino Gianni Rivera. Allora senza che le rare calciatrici del tempo o le più numerose femministe degli anni Settanta potessero pensare di insorgere contro l’allenatore machista.
Giampiero Timossi sostiene che “frocio” “gay” e “finocchio”, insomma l’omosessualità in generale è un modo di essere ed una libera scelta e quindi l’eventuale epiteto non può essere usato come un’offesa perché sarebbe palesemente un segno di inciviltà. Davanti al video si insinua il legittimo sospetto frutto dell’italica cultura che ha fatto suo il vecchio adagio “a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca”. Tanto che il telespettatore si domanda “ma ‘sto Mancini ci fa o ci è ?”. Coming out o forse no, che comunque inchioda il teleutente al video come se si trattasse della sceneggiatura scritta per una nuova fiction Rai.
E mentre il povero Sarri dopo essersi scusato in diretta anche con gli omosessuali, confidando di aver alcuni amici in quel mondo e attenzione, ha parlato di mondo e non di ghetto, e ancora… mentre il malcapitato allenatore azzurro si maledirà sotto al Vesuvio (che qualche tifoseria razzista del nord vorrebbe eruttante) per non essersi limitato al solito e ormai inoffensivo stronzo o addirittura al fighetto con la sciarpa di cachemire in direzione dell’eroe di giornata Mancini, appena ieri molti partiti dell’arco costituzionale in piena terza repubblica, e con loro naturalmente la chiesa, si sono dichiarati contrari alle adozioni da parte di coppie gay. Nel migliore dei modi nel migliore dei mondi possibili, come diceva in omaggio al positivismo di Leibniz, il filosofo Pangloss, precettore del Candido di Voltaire. E, ovviamente, ghetto del calcio incluso.



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